Il cinema di Martin Scorsese


Tra i registi più amati del “nuovo cinema americano” Martin Scorsese è quello che ha avuto meno riconoscimenti dal punto di vista dei premi personali, nonostante alcuni suoi lavori appartengano di diritto alla storia del cinema mondiale. Dopo le prime importanti prove di regia negli anni Settanta, è sul finire del decennio che si impone con una sorta di “trilogia” che narra l’America profonda. Mean Streets è il primo grande riconoscimento, girato e uscito nel 1973, mette subito in chiaro la tendenza di Scorsese a calarsi nel quotidiano di una realtà vissuta, autobiografica, che rinuncia a toni elegiaci per scandagliare le esistenze di una comunità, quella italo-americana, con le sue contraddizioni scaturite dal conflitto tra tradizione e voglia di evadere. Taxi Driver del 1976 è un film quasi neorealista, che rafforza l’importante sodalizio con Robert De Niro, nel quale si mischiano elementi di paranoia e depressione post-bellica a un mito del supereroe vendicatore al contrario, portato alla ribalta dai media. Sempre la figura dell’antieroe ritorna con Toro Scatenato, con un Robert De Niro in stato di grazia, una storia dove la quotidianità colpisce duro, come i pugni del protagonista, trascinato in una spirale di caduta personale, che coinvolge ogni aspetto.

I film di Scorsese dagli anni ’80 ai ’90

Nel 1986, al culmine del periodo reaganiano, Scorsese fa uscire ben due pellicole, “Fuori Orario” e il “Colore dei Soldi”, anche in questo caso il regista punta sul conflitto tra individuo e società, dove le contraddizioni risaltano nelle scelte dei protagonisti, spesso motivate da ambizioni personali in netto contrasto con l’ambiente che li circonda. Lo stile è più libero, meno pesante, più aperto. Scorsese nella rappresentazione della realtà riesce non raramente a mescolare gli stili di un cinema di genere, di una narrazione schematica, che produce vistosi effetti narrativi e letterari, con l’improvvisazione e quella mai sopita ironia che trasforma e rende vividi personaggi apparentemente “normali”, proiettati sull’argine di un fiume costantemente in piena. Questa forma di anarchia, nella quale Scorsese irrora un po’ della sua morale (dove i ruoli del “buono e cattivo” sono spesso momentanei e non portati fino in fondo), consente di approdare a un linguaggio cinematografico sciolto, che genera apprezzamento nello spettatore. Un linguaggio che diventa il canone della produzione di Scorsese in film capolavoro come Quei Bravi Ragazzi, unanimemente considerato uno dei film più importanti dell’ultimo scorcio di secolo. Partendo dalla biografia di un pentito della mafia americana, il regista analizza la psicologia di personaggi sempre al limite, ma totalmente normali. Grazie al sodalizio con Robert De Niro, in una formula che il regista ripeterà negli anni successivi, Scorsese lavora molto sui personaggi creando caratteri di una rara introspezione e profondità (vedi anche Cape Fear, del 1991).

Dopo la rappresentazione ambientale raffinata di L’età dell’Innocenza, tratto da un romanzo di Edith Warton, Scorsese ritorna al suo cinema tradizionale, con un’altra collaborazione con lo sceneggiatore Pileggi, ricostituendo il sodalizio con De Niro, in un altro capolavoro “Casinò”, dedicato alla mafia in una ideale trilogia con Mean Streets e Quei Bravi Ragazzi. Negli anni ’90, dopo l’epico Gangs Of New York, una ricostruzione dei primi anni della grande città americana, girato completamente in Italia, Scorsese trova in Leonardo Di Caprio un attore in grado di veicolare il suo messaggio, talvolta moralistico, come nel film premio Oscar The Departed. Con Di Caprio aveva già ricostruito la straordinaria vicenda dell’eroe americano Howard Hughes in the Aviator e utilizzerà l’attore italoamericano anche in Shutter Island eThe Wolf Of Wall Street, del 2013.

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