Il sogno di vivere sott’acqua


Fin da quando cominciò a tuffarsi sott’acqua aiutandosi con mezzi artificiali, l’uomo ha sognato di poter prolungare indefinitamente la sua permanenza nelle profondità del mare. Questo sogno è alimentato anche da prodotti cinematografici inizialmente pensati per i bambini e le famiglie, ma che in realtà ringiovaniscono un desiderio che è vivo da sempre nel nostro inconscio: tornare al mare. Film come Finding Nemo, 20.000 Leghe sotto i mari o ancora La Sirenetta insistono su questo tema. Per quanti tentativi l’uomo abbia fatto, il progresso è stato lento e tuttora restano da superare molti ostacoli di natura tecnica. A parte la costruzione di acquari sottomarini e spettacolari piscine, si può dire che abbiamo fatto molti più progressi nella colonizzazione dello spazio che delle profondità marine, escludendo le basi sottomarine a pochi metri dalla costa, che spesso servono da laboratori e avamposti militari.

Nel momento in cui un uomo si immerge in acqua il suo corpo subisce piccoli mutamenti conseguenti all’aumento di pressione. Quanto maggiore è la profondità che egli raggiunge, tanto più grande è il peso dell’acqua che lo sovrasta e più elevata risulta anche la pressione. Quando queste sono elevate il sangue assorbe particelle di azoto gassoso, che è il principale costituente dell’aria. la cosa in sé non è un problema, ma le difficoltà sorgono quando il nuotatore comincia a ritornare alla superficie perché le particelle di azoto che sotto pressione sono di minuscole dimensioni, si espandono mentre la pressione stessa diminuisce. Se il ritorno alla superficie avviene lentamente e con ritmo controllato, il nuotatore elimina l’azoto in modo naturale senza effetti nocivi. Ma se risale troppo in fretta, nella circolazione del sangue si formano delle bollicine di azoto con conseguenze che vanno dai dolori alle giunture, alla nausea e qualche volta anche alla morte. L’unico modo sicuro finora noto per evitare questi problemi sta in una decompressione lenta e controllata, anche se al giorno d’oggi, a causa delle profondità raggiungibili nelle immersioni, i tempi di decompressione diventano molto lunghi. Un’immersione di un’ora a duecento metri di profondità richiede più di un’ora di decompressione.

È evidente che qualunque sistema atto a far trascorrere all’uomo più tempo immerso sott’acqua e meno tempo in decompressione offrirebbe notevoli vantaggi. La chiave per la soluzione del problema sta nel fenomeno detto dell’immersione di saturazione. Dopo un certo periodo di tempo trascorso ad una determinata profondità il corpo del nuotatore si satura del gas inerte respirato, per cui non se ne assorbe più. In una delle missioni più ambiziose per comprendere al meglio il funzionamento del nostro corpo, quattro uomini sono rimasti sul fondo del mare per 50 giorni. L’impresa era nota come missione Tectite, ed era intimamente connessa con lo studio del comportamento e della risposta fisiologica a una abitazione sottomarina. Con l’occasione fu osservato anche l’ambiente circostante. A 15 metri sott’acqua, col beneficio della luce del giorno, la missione dimostrò che era possibile vivere nel fondo del mare. Un sogno cinematografico che un giorno, anche a causa dello sfruttamento eccessivo delle risorse terrestri, potrebbe doversi avverare.

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