La pena di morte: il dibattito in Italia


La pena di morte è considerata, nei paesi in cui è in vigore, il più forte deterrente contro la criminalità più efferata. I paesi che adottano ancora la pena di morte si distinguono per l’eterogeneità delle forme di stato e di governo. Contrariamente a quanto si crede, essa non esiste in tutti i regimi tirannici ed è contemplata in più di una democrazia: segnatamente gli Stati Uniti d’America, la Turchia e l’Uruguay. Mentre ci sono alcuni paesi in cui essa è presente nell’ordinamento, ma non viene più pronunciata di fatto, come la Russia, la Corea del Sud e il Kenya.

In Italia, patria del garantismo introdotto da Cesare Beccaria, il dibattito sulla pena di morte si è sviluppato intorno alle grandi emergenze, durante degli avvenimenti particolarmente sanguinari. Ad esempio, Almirante, allora leader del MSI, la richiese espressamente come risposta al rapimento di Aldo Moro, per colpire il terrorismo di stampo brigatista. La richiesta di pene capitali ci fu anche in occasione delle stragi di mafia del biennio 1992-93, ma in questo caso non si è mai andati oltre la boutade giornalistica. Il regime fascista dopotutto l’aveva riesumata dopo che l’introduzione del Codice Zanardelli, che recepiva molte delle decisioni dottrinali, tra cui quelle che consideravano desueta l’applicazione della pena di morte, l’aveva abolita di fatto. Il cosiddetto Codice Rocco la comprendeva tra i tipi massimi d pena da inferire per un numero rilevante di reati, contro la personalità internazionale interna dello stato, contro l’incolumità pubblica e contro la persona, sia in fattispecie generali che più propriamente aggravate da circostanze speciali. La pena di morte in Italia veniva eseguita tramite fucilazione nel petto del condannato e non era pubblica.

La pena di morte, alla caduta del fascismo, è misteriosamente rimasta in vigore per quel che riguarda i reati ascritti codice penale militare di guerra, segnatamente per gravi delitti commessi da fascisti e da collaborazionisti nazifascisti e poi in relazione alle leggi militari di guerra, secondo il dettato del vecchio 4° comma, art. 27 della nostra Costituzione repubblicana. A livello giurisprudenziale le corti italiane hanno da tempo rigettato l’istituto, sulla scorta che la vita è un diritto inalienabile e inviolabile dell’uomo e che anche in presenza di gravissimi reati (ad esempio stragi efferate di stampo terroristico), lo Stato non può permettersi di agire esattamente come il carnefice che intende punire. Di conseguenza il nuovo articolo 27 della Costituzione, approvato con legge costituzionale il 2 ottobre del 2007, oggi dichiara in modo netto e tassativo che “non è ammessa la pena di morte”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi