Richard Nixon, al cinema e nella realtà


Tra i personaggi più controversi della storia americana che hanno ricevuto una costante attenzione dal cinema c’è Richard Nixon, il trentasettesimo presidente degli Stati Uniti. Egli è stato il protagonista di un film omonimo di Oliver Stone (Nixon, gli intrighi del potere), nonché protagonista indiretto del capolavoro degli anni ’70 Tutti Gli Uomini del Presidente, dedicato allo scandalo Watergate, che ha indubbiamente segnato la sua carriera politica.

Fin dagli esordi, nelle campagna elettorali e nell’impegno diretto come amministratore, Nixon si è dimostrato in grado di interpretare il ceto medio lavoratore americano, fin dalla vicepresidenza con Eisenhower. Instancabile sul fronte dell’anti-comunismo, egli ha interpretato alla perfezione quella che lui chiamava la “maggioranza silenziosa”, cioè un fronte compatto di americani onesti, lavoratori, dediti alla costruzione di valori fondamentali per lo sviluppo del paese quali il sincero patriottismo, la famiglia, il desiderio di affermazione anche a partire da condizioni disagiate (Nixon batteva sempre il tasto della sua umile origine, in confronto al suo grande rivale Kennedy, notoriamente molto ricco).

La sua presidenza è stata considerata in vari modi ed indubbiamente è rimasta macchiata dal grave episodio dell’impeachment che ha portato alle dimissioni anticipate, durante un secondo mandato che doveva essere trionfale e consegnarlo alla storia come uno dei migliori presidenti. Nixon dal punto di vista interno aveva ereditato una pesante situazione economica dovuta alla presidenza democratica di Kennedy e Johnson, che avendo allargato le spese sociali, avevano condotto alla stagflazione, cioè a quel fenomeno di stagnazione dell’economia e aumento contemporaneo dei prezzi. La situazione peggiorò nei primi anni della sua presidenza con la bilancia commerciale in passivo che metteva in crisi il dollaro, svalutando le riserve auree. Sul terreno sociale affrontò la fase più acuta della contestazione giovanile, che coinvolgeva tanto i campus universitari, quanto i ghetti neri, culminata nell’assassinio di Martin Luther King nel 1968. La sua politica estera rimane probabilmente il fiore all’occhiello della sua azione politica: attuò la politica di distensione con la Cina, riconoscendo finalmente la Repubblica Popolare Cinese quale vero interlocutore al posto di Taiwan. Dovette gestire la fase finale della Guerra del Vietnam, sul cui disimpegno aveva basato la sua doppia campagna elettorale. Egli estese i bombardamenti per costringere i vietnamiti del Nord ad accettare il piano di pace della conferenza di Parigi, riuscendo a diminuire il forte impegno americano, grazie all’azione diplomatica del suo consigliere principale Henry Kissinger, che interpretò molto bene il realismo pragmatico di Nixon. Strette i primi accordi con l’URSS sulla riduzione degli armamenti e la non proliferazione nucleare e riuscì a far valere questi successi per la rielezione, ottenuta senza difficoltà nel 1972, grazie alla ripresa dell’economia, la fine delle tensioni sociali e il ritiro dal Vietnam. Fino a che appunto non fu coinvolto nello scandalo Watergate, un losco affaire di spionaggio ai danni della convenzione democratica, che coinvolse molti stretti collaboratori del presidente, che arrivò a nascondere le sue responsabilità non mettendosi a disposizione dell’accusa. Ottenne il perdono presidenziale da Gerald Ford, il suo vice.

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