Latte e Pan di Stelle

Il sapore delle mie colazioni d’estate.
Sa della cucina a casa di zia Nicoletta, in puglia, di quel bellissimo bancone di marmo con il soffritto appena battuto e pronto a diventare la base di sughi che non ho mai più trovato così buoni. Di aglio e olio d’oliva, caldo torrido e pavimenti freschi di cemento, televisioni antiche senza telecomando e poltrone come troni ma rivestite in ecopelle rossa, difficile scollarsene una volta aderiti.
Sa di giovinezza e sfrontatezza, ribellione e dolcezza. La voglia di trovare un amore vero e la consapevolezza che sarebbe comunque durato il tempo dell’abbronzatura. Speranza, sogni a palate. Bellezza, fresca e immatura, e allegria e innocenza.
Sa del sole della puglia, quello che esci soffochi e rientri, la polvere delle strade, il deserto dalle 13 alle 18, che se esci sei pazzo. Stai invece chiuso in casa, al buio, a riposare. Che io non sapevo dormire al pomeriggio, e allora stavo sul letto a fantasticare attaccata al muro fresco di calce. E poi la preparazione al rito dell’uscita, che si doveva essere impeccabili per fare su e giù su una strada per ore, i ragazzi comodi ai lati con le birre, le ragazze a camminare su tacchi e stanchezza.
Il mare: splendido e selvaggio, vivo di telline e granchi e alghe e meduse. La spiaggia abbandonata e sporca, i bastoncini dei cotton fioc a centinaia misti a sabbia e vetri levigati. Piantavamo un vecchio ombrellone di legno dopo aver rastrellato tutto intorno, l’ombrellone più vicino era minimo a dieci metri. Scappavamo dalla sorveglianza dei grandi andando a fare una passeggiata, per fumare una sigaretta truffaldina e andare a vedere dove erano i ragazzi, e lì erano emozioni indicibili e pugni allo stomaco e agitazione e ormoni che urlavano e voglia di essere più grandi e più liberi.
Potrei andare avanti all’infinito, con i ricordi di quelle estati, che si sono interrotte poco dopo i miei vent’anni.
Ma ritorno ai pan di stelle: stamattina ho aperto il pacco e ne ho mangiate due o tre, con un orzo, che il latte non lo bevo più da tempo. Accanto a me mio figlio, lui sì latte e pan di stelle, gli piacciono tanto, e io gli passo il testimone: da adesso i ricordi d’estate spettano a lui.

panico

Sono sempre stata coraggiosa. Coraggiosa, sì. Sono andata via dalla soffice protezione di casa a vent’anni, ho lottato per avere l’istruzione che credevo giusta e una vita piena di quello che desideravo. Ho fatto scelte discutibili, delle quali solo io conoscevo la logica perversa per cui in quel momento erano giuste. Ho lottato contro i mulini a vento, le ho date e le ho prese, a volte fortissime. Mi sono rialzata. Mi sono tatuata una fenice per ricordarmi che brucio spesso ma rinasco sempre. Mi sentivo proprio come quei cavalieri leggendari, “senza macchia e senza paura”.

Poi ho iniziato a tenerci, alle cose che avevo. A me stessa, alla mia salute, alle persone che mi circondavano, alle mie cose. Prima tutto era un mezzo per arrivare, nulla e nessuno aveva veramente importanza. Invece ti ritrovi a guardarti e ti accorgi che hai tutto quello che volevi, in modalità decisamente diverse dal previsto, ma forse proprio per questo ancora meglio.

E arriva il panico.

La salute, per cominciare: comincia a scricchiolare qualcosa e allora ogni lettura di analisi del sangue è terrore nero, ogni bollicina è un sintomo di qualcosa di grave, ogni batticuore è un infarto, ogni puntino una voragine. Mi fa ansia anche se qualcuno mi racconta i suoi problemi medici, mi terrorizzano in particolare le reazioni allergiche. E’ qualcosa di diverso dall’ipocondria, è terrore non di stare male ma di perdere per colpa della malattia le cose migliori della mia vita. O forse è ipocondria e basta, non so. Dopo qualche disavventura tutto sommato risolta brillantemente, non appena mi sento un po’ strana (e il più delle volte è un raffreddore), il panico, vero e proprio, prende il sopravvento.

Poi la gente. E’ iniziato tutto al cinema, poco dopo aver partorito. Non ero in formissima, e ho iniziato a faticare a respirare bene. Mi sentivo oppressa e rinchiusa, non riuscivo a concentrarmi sul film, anzi il film stesso peggiorava la situazione. Ho resistito, dopo un po’ il disagio è passato, ma non vado più tanto volentieri in posti chiusi e affollati. E anche le piazze, devo dire, non mi fanno brillare di gioia. Diciamo che cerco le vie d’uscita ed evito troppo affollamento.

Poi i viaggi. Non so quante mila volte ho fatto la valigia e ho preso un aereo, o un treno, o addirittura la macchina da sola. Adesso con mio figlio riesco ad andare ovunque senza problemi, ma se devo lasciarlo, sto tanto male che alla fine preferisco non andare. So che le cose miglioreranno col tempo, so che la componente emotiva di non vedere mio figlio per giorni andrà sfumando man mano che cresce, e imparerò a fidarmi delle persone alle quali lo affido (che, per inciso, piuttosto che fargli del male si ammazzano), ma l’ultima volta che ce n’è stata l’occasione sono stata tanto male che ho avuto una vera e propria crisi di pianto, e questo veramente non sarebbe da me.

Regali che la mente mi ha fatto con il raggiungimento della maturità e della completezza, li affronto comunque col consueto coraggio e cerco di neutralizzarli. Ho imparato a chiudere gli occhi e a contare respirando lentamente, per superare quella orrenda sensazione di agitazione. Cerco di andare avanti con la mia vita senza temere questi momenti, e a volte passa molto tempo prima che ce ne sia uno. Ripenso spesso al passato, ad alcune cose che ho fatto anche solo per il brivido della trasgressione e dell’adrenalina, e penso che oggi non le rifarei mai, e un po’ sorrido perché so che sono diventata grande, vulnerabile e finalmente ho quello che ho cercato per lungo lungo tempo: qualcosa da perdere a cui tengo più che a me stessa.

questo post è stato scritto sull’onda di alcune mamme blogger che lo hanno fatto per lanciare il concorso #senzamacchiasenzapaura di eucerin, ma è venuto fuori l’assoluto opposto, quindi mi godo le mie scarse visite e come al solito faccio come mi pare :)

Nel mezzo

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Da poche ore ho trentacinque anni: Dante direbbe nel mezzo del cammin di nostra vita... Da qualche anno a questa parte in effetti mi trovo nella parte più ricca e compiuta della vita, quella nella quale ho smesso un po’ di pensare a chi voglio essere e come voglio essere, e ho iniziato semplicemente ad essere senza pensarci su.
Un piccolo breve bilancio: tolti i primi dieci anni di vita dei quali ricordo ben poco, sono stata 5 anni a diventare femmina, 10 anni a chiedermi chi fossi dandomi le risposte più sbagliate possibili, 6 anni a farmi del male mentre diventavo donna e demolivo punto per punto ogni mia certezza, 4 anni, gli ultimi, in cui ho rimesso tutto in discussione e ho iniziato a gettarmi anima e corpo nella vita, finalmente. Non posso dire ora di non amarmi, anzi: sono molto simile alla me stessa che immaginavo venti anni fa, sono una donna vera, una mamma felice, una compagna appagata e innamorata, una professionista seria e un’artista sempre in fase creativa, so fare moltissime cose (la maggior parte male), sono simpatica e in gamba. Non posso dire che la gente mi ami, anzi spesso accade il contrario: l’onestà della quale ho scelto di ammantarmi rende palesi i miei spigoli e la mia durezza; d’altro canto sono un’amica severa e troppo sincera, ma il mio affetto non ha limiti, quindi se mi sento presa in giro tiro fuori gli aculei e attacco per difendermi.
Sono contenta di essere così come sono: non somiglio a nessuno e nessuno mi condiziona. Tra cinque anni ne avrò quaranta e ho come l’impressione che ne scriverò ancora qui, su queste pagine.

precisione

Volevo raccontarvi una cosa mia personale, che in realtà è l’unica vera cosa che proprio non mi va giù di questa nuova vita.

Non sono mai stata la regina della puntualità, ma sono sempre stata precisa. Voglio dire, capita a tutti di fare un quarto d’ora di ritardo, di trovare traffico in un momento in cui non era previsto, cose così. Ecco, io in quei casi mi sono sempre, sempre premurata di avvertire chi mi stava aspettando del ritardo. Altrettanto ho sempre pensato facessero gli altri con me. E in effetti è sempre stato così: tutto sommato l’educazione di base delle persone che mi circondano è precisa e raffinata, quindi è ovvio che tutti si comportino, o meglio si comportassero, con la medesima cortesia che io riservavo loro.

E poi è arrivato lui.

Lui si dimentica qualsiasi cosa ovunque. Ho contato, in circa tre anni, 5 o 6 sciarpe, un paio di rayban nuovi di pacca (mio regalo), una quantità a tre cifre di accendini, libri una decina, e varie altre amenità.

Lui prende possesso delle cose altrui (nello specifico le mie), e le usa e tratta a suo piacimento. Ad esempio un set di pennarelli artistici ai quali tenevo tantissimo, fino ad allora custoditi in rigido ordine cromatico in un astuccio rigido, hanno subìto nel giro di pochi giorni una diaspora che ha fatto sì che non riuscissi mai più a riunirli nell’armonia originaria.

Lui non usa, dimentica, lascia scaricare, perde il telefonino. Non lo sopporta, non è in grado di prenderlo e metterlo in tasca uscendo, non è capace di attaccarlo al caricabatterie, non ha installato nel cervello alcun concetto di reperibilità.

Lui fa un lavoro professionale, quindi di per sé non ha orari: a maggior ragione, sarebbe bene che fosse rintracciabile una volta ogni tanto. I suoi amici e i suoi clienti telefonano a me, ormai hanno imparato. Ma io spesso non ho idea di dove sia e con chi, quindi semplicemente non ho modo di contattarlo.

E vaben, qual è il problema, chiederà qualcuno di voi. Il problema è che oltre a tutte queste cose lui è enormemente, profondamente distratto. E ha anche un amorevole rapporto con il bicchiere. Cosa per la quale qualche mese fa alle nove di sera è squillato il telefono ed era il tizio dell’ambulanza che lo stava portando in ospedale dopo che distrattamente e alcolicamente era uscito troppo a uno stop facendosi travolgere da un’altra auto.

Ecco, io ho nostalgia, vera e autentica nostalgia dei tempi in cui un ritardo di cinque minuti veniva avvisato con una chiamata. Ho nostalgia di chi mi rispettava e metteva me al di sopra di tutto. Ho nostalgia dell’ordine, della precisione, della puntualità. E a volte penso che queste cose prima o poi mi faranno arrivare al limite della sopportazione. Nonostante l’amore.

Il primo giorno

Mi piaceva l’idea di scrivere un post per ricordarmi che oggi, ottoaprileduemilatredici, inizio con serietà e impegno una dieta che deve portarmi a perdere cinque chili in due mesi. Fattibilissimo, direi, visto che di recente la mia vita si svolge a una velocità che non ha nulla da invidiare al dinamismo di Jabba the Hutt.

Quindi oggi da brava donnina di casa sono andata a fare sessantacinque euro di spesa sanissima (a parte il MuMu per il pargolo) e ho cucinato verdure e robe quasi del tutto prive di grassi per l’intero pomeriggio. Ah, dopo aver pranzato con una quantità imbarazzante di fogliame vario e mezzo etto di bresaola di manzo ho anche fatto qualche addominale e dieci minutini di stretching.

Alle sei mi è venuto mal di testa e all’ora attuale, le dieci, sono abbastanza uno straccetto. Ma ce la posso fare!!!

Domani andrà meglio, domani sentirò meno fame, domani mi devo ricordare di comprare molto meno pane perché è una tentazione troppo forte e manca troppo poco tempo al momento del costume. E poi chissà, magari riesco anche a mettermi a correre, come vorrei fare da tantissimo tempo.

Mi sento motivata e cazzuta.

Speriamo che duri.