Sono sempre stata coraggiosa. Coraggiosa, sì. Sono andata via dalla soffice protezione di casa a vent’anni, ho lottato per avere l’istruzione che credevo giusta e una vita piena di quello che desideravo. Ho fatto scelte discutibili, delle quali solo io conoscevo la logica perversa per cui in quel momento erano giuste. Ho lottato contro i mulini a vento, le ho date e le ho prese, a volte fortissime. Mi sono rialzata. Mi sono tatuata una fenice per ricordarmi che brucio spesso ma rinasco sempre. Mi sentivo proprio come quei cavalieri leggendari, “senza macchia e senza paura”.
Poi ho iniziato a tenerci, alle cose che avevo. A me stessa, alla mia salute, alle persone che mi circondavano, alle mie cose. Prima tutto era un mezzo per arrivare, nulla e nessuno aveva veramente importanza. Invece ti ritrovi a guardarti e ti accorgi che hai tutto quello che volevi, in modalità decisamente diverse dal previsto, ma forse proprio per questo ancora meglio.
E arriva il panico.
La salute, per cominciare: comincia a scricchiolare qualcosa e allora ogni lettura di analisi del sangue è terrore nero, ogni bollicina è un sintomo di qualcosa di grave, ogni batticuore è un infarto, ogni puntino una voragine. Mi fa ansia anche se qualcuno mi racconta i suoi problemi medici, mi terrorizzano in particolare le reazioni allergiche. E’ qualcosa di diverso dall’ipocondria, è terrore non di stare male ma di perdere per colpa della malattia le cose migliori della mia vita. O forse è ipocondria e basta, non so. Dopo qualche disavventura tutto sommato risolta brillantemente, non appena mi sento un po’ strana (e il più delle volte è un raffreddore), il panico, vero e proprio, prende il sopravvento.
Poi la gente. E’ iniziato tutto al cinema, poco dopo aver partorito. Non ero in formissima, e ho iniziato a faticare a respirare bene. Mi sentivo oppressa e rinchiusa, non riuscivo a concentrarmi sul film, anzi il film stesso peggiorava la situazione. Ho resistito, dopo un po’ il disagio è passato, ma non vado più tanto volentieri in posti chiusi e affollati. E anche le piazze, devo dire, non mi fanno brillare di gioia. Diciamo che cerco le vie d’uscita ed evito troppo affollamento.
Poi i viaggi. Non so quante mila volte ho fatto la valigia e ho preso un aereo, o un treno, o addirittura la macchina da sola. Adesso con mio figlio riesco ad andare ovunque senza problemi, ma se devo lasciarlo, sto tanto male che alla fine preferisco non andare. So che le cose miglioreranno col tempo, so che la componente emotiva di non vedere mio figlio per giorni andrà sfumando man mano che cresce, e imparerò a fidarmi delle persone alle quali lo affido (che, per inciso, piuttosto che fargli del male si ammazzano), ma l’ultima volta che ce n’è stata l’occasione sono stata tanto male che ho avuto una vera e propria crisi di pianto, e questo veramente non sarebbe da me.
Regali che la mente mi ha fatto con il raggiungimento della maturità e della completezza, li affronto comunque col consueto coraggio e cerco di neutralizzarli. Ho imparato a chiudere gli occhi e a contare respirando lentamente, per superare quella orrenda sensazione di agitazione. Cerco di andare avanti con la mia vita senza temere questi momenti, e a volte passa molto tempo prima che ce ne sia uno. Ripenso spesso al passato, ad alcune cose che ho fatto anche solo per il brivido della trasgressione e dell’adrenalina, e penso che oggi non le rifarei mai, e un po’ sorrido perché so che sono diventata grande, vulnerabile e finalmente ho quello che ho cercato per lungo lungo tempo: qualcosa da perdere a cui tengo più che a me stessa.


Volevo raccontarvi una cosa mia personale, che in realtà è l’unica vera cosa che proprio non mi va giù di questa nuova vita.