quel giorno
Quel giorno ero nel mio disordinato monolocale, a studiare non so cosa per un esame che si avvicinava. Che poi, a settembre non sono mai riuscita a combinare molto. Troppa estate ancora nel naso, troppo sole e tepore che ti invita ad uscire, troppa voglia di assorbire più calore possibile, prima che arrivi il freddo inverno. E insomma. Fatto sta che quel giorno invece mi ero messa a studiare. Studiare a modo mio, con la tv senza audio e la radio accesa, alta.
Isolata, nel mio mondo di libri, protetta da uno strato di rumore e musica che non sentivo distintamente.
Ma.
A un certo punto, un ritmo diverso dalla solita parlata, una voce troppo seria, un silenzio inaspettato. Arrivo alla fine del capoverso, mi fermo. Alzo la testa.
E vedo.
Vedo un aereo
un aereo
andare contro un edificio
un edificio
un edificio che più che un edificio è un simbolo – un edificio con accanto un altro edificio uguale e ugualmente ferito – due aerei due edifici – due edifici due aerei
E pensare a quanto sono stata idiota a dispiacermi per non poterci più andare, lassù, che mi sarebbe proprio piaciuto saltare su un ascensore a velocità folle e arrivare sul tetto di New York e guardarla dall’alto, per ridimensionare e riequilibrare la prospettiva. Piangevo per questo. Per non poter andare più in un posto.
Malata di architettura, dispiacersi per un edificio, per un edificio che finisce.
Alle persone non ci pensi. Eh no,non ci pensi che dentro a quegli enormi parallelepipedi c’è della gente che vive, e che lavora. Non ci pensi che là sono le nove di mattina, di lunedì mattina. Non ci pensi perchè il lunedì tu non vai a lezione, e quindi il lunedì si dorme e non si fa nulla fuori di casa.
E poi una telecamera inquadra il lato di una delle torri, lo zoom va avanti, e avanti, e tra il candido delle colonne della facciata un’altro candore luccica, in movimento. Un uomo agita una camicia da una finestra, la sua camicia.
La camicia bianca che poche ore fa ha attentamente estratto dal secondo cassetto, piegata e stirata alla perfezione, con le iniziali ricamate in basso, con il filo blu. L’ha indossata inebriato dal profumo del dopobarba, fresco di rasatura, davanti allo specchio. l’ha abbottonata dall’alto verso il basso, eccetto il primo bottone, per lasciare l’interno del collo pulito per più tempo. Prima di uscire si è sistemato i capelli con una mano, e salutando la sua immagine riflessa pensa che magari stasera la chiamerà, per andare a mangiare il sushi a soho.
Quel giorno.





uh.
uhmpf …
col sorriso a denti stretti ….
quel pomeriggio, poi neanche cosi’ tanto tempo fa, la vita di tutti noi ha vacillato, e seriamente pensai che oggi non saremmo stati qui a scriverne …. per fortuna mi sono sbagliato !
nn mi ci fare pensare
mentre noi qui buoni
la bestia di bin laden ha scatenato
l inferno
il genio del male
lui l ha fatto per invidia
e per amore del male
ce un sito
http://it.reopen911.org/
molto interessante
mi sono fatto inviare gratuitamente il dvd
tecnici e architetti progettisti parlano
delle torri
interviste pompieri
giudici
l america è un grande paese democratico
dove la verità viene sempre a galla
prodotto dai famigliari delle vittime
del 9/11
molto interessante
Pochi giorni fa sono stato per l’ennesima volta il quel luogo. Ci sono andato ogni volta che sono stato a NY. Penso sempre a come sarebbe se ci fossero ancora. Penso che non le ho mai viste e questo mi dispiace tremendamente. Vale la pena andare a New York solo per sentire il vuoto lasciato.
Pensieri belli e ben scritti, io nelle torri ho avuto per un po’ l’ufficio, ero pochi giorni prima per colazione lassu’ in cima, ho perso molti amici…
Brava!
bob
PS Per il sushi sconsiglio soho, è un quartiere tutto cinese, meglio midtown…
il sushi a soho era una licenza poetico-fonetica :)
Momenti terribili, non li dimenticherò mai.
(Dico poche cose, ma sentite e vere)
[...] Quel giorno Filed under: pensieri — aluccia @ 0:23 « notturno [...]