ve lo dico

Written by aluccia in pensieri

voi, bloggers, e voi, amici (amici) di messenger e dintorni, che vi ripetete fino alla noia, giocando a fare gli autoriferiti a tutti i costi, e che se ci vuole una chiacchierata ogni tanto non ci siete mai e allora non servite a nulla come amici (amici)

ve lo devo proprio dire

mi avete stufata.

pensate, ultimamente vi preferisco la televisione.

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peccati

Written by aluccia in casa aluccia

Allora, come avrete capito lo scazzo ha decisamente preso possesso della mia persona. Se la primavera, con il caldino i colori e il sole, non si degna di arrivare presto, penso che sprofonderò in un’apatia degna di nota. E poi dormo dormo in continuazione, saranno le medicine che prendo, e il resto della giornata lavoro. Poi nel weekend passato mi sono sparata in divx tutta la serie completa di lost, e anche questo mi ha un po’ stordita.
Fatto sta che qua si reclama il mio intervento per una catenazza, e siccome è un bel po’ che non ne girano, ne approfitto per dare notizie su di me.
Quindi, caro eretico, Dio ti punirà per questo, ma io risponderò alle tue domande sui peccati capitali.

Gola: sono un’orrenda, schifosa golosastra. selettiva, però. sono golosa di cioccolata fondente, pane caldo croccante, pizza margherita cotta a legna con il cornicione bruciato, sformato di patate fatto da mamma, pomodori con il riso fatti da nonna, porcini panati e fritti, salmone affumicato. queste cosette non smetterei mai di mangiarle.
Superbia: il fatto di essermi fatta un mazzo così per laurearmi mi porta ad essere un po’ spocchiosetta. ma solo di fronte a chi pensa di essermi superiore.
Ira: sono iraconda di natura, e da sempre. in particolare in macchina, e nelle code.
Lussuria: sono stata enormemente lussuriosa, avida come pochi di esperienze e di piacere. ora, con il rasserenamento della mia vita, tutto si è attenuato. non ho ancora capito se sia una cosa buona o no.
Invidia: no, non mi appartiene proprio. sono fortunatissima di mio, semmai posso essere invidiata, ma mi spiacerebbe.
Avarizia: non ne ho mai avuti molti da spendere, ma quando li ho avuti li ho dilapidati. meglio averne pochi.
Accidia: non rispondo, c’è il divano che mi accoglie così morbidosamente che proprio non resist…..zzz…zzzzzz..zzzzzzzzzzzzzzzz

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regalo fantastico di Lui. sei davvero un amico :)

dontrustinrhum.jpg

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RHUM DIVENTA FAMOSO!

Written by aluccia in gatti e affini

ho mandato una foto del mio amore peloso all’email di Cute Overload, pensando che con tutte le foto bellissime che si trovano lì chissà se ci sarebbe stato spazio per il mio gattone.

E invece oggi la sorpresa. sono commossa.

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E insomma, siccome la mia proverbiale incostanza ha provocato in me lo scazzo di finire di raccontarvi per bene la storia dell’ospedale -sia perché ormai sono passate due settimane, sia perché sinceramente quella settimana la rimuoverei volentieri dai miei ricordi- concludo il racconto con un dettaglio fashion.
Perché bisogna farsi notare anche nei momenti di maggior difficoltà, essere sempre all’ultimo grido, attirare gli sguardi e dimostrare a tutti che si sta bene anche quando si sta male.
E allora i simpatici tirocinanti di cardiologia sicuramente non potranno mai dimenticare la mia collezione di magliette con pecore mucche e gattini.
E soprattutto non potranno mai, e dico mai, dimenticare questi:

giusto?

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Serenità

Written by aluccia in pensieri

Ormai è definitivo. Succede soprattutto quando ho bisogno di serenità. Pensare a quello che ho vissuto in quel viaggio, perdermi nei ricordi, cercare di ricordare gli odori, chiudere gli occhi cullata da un ritmo che non so ballare, che non saprò mai ballare come loro.
E’ così e basta. Sedici giorni della mia vita che mi doneranno sempre una serenità perfetta. Non ci penso ogni giorno, non ne sono ossessionata. A volte basta una suggestione, una parola, un suono. Altre volte lo cerco quel ricordo, chiudo tutte le porte all’esterno e lo cerco dentro di me.
Non credo che tu possa capire, no. Non tu che non ci sei mai stato, o che ci sei andato con uno spirito vacanziero e scanzonato. Non tu che sei stato lì per vedere belle donne sculettare e ubriacarti di cerveza e mojitos. E nemmeno tu, che sei andato a Varadero o a Cayo Largo, lasciandoti illudere dal tour operator che Cuba fosse tutta lì.
Ci provo lo stesso a fartelo capire, sai. Perché Cuba non è una mania, ma è una cosa che ti rimane dentro.
Passo il tempo che ho per vivere a cercare disperatamente di raggiungere la perfezione, lavoro per soldi e non ho tempo per spenderli. Pochi divertimenti, sempre uguali e sempre più noiosi, un computer nuovo e costosissimo, un palmare, due cellulari che mi accompagnano giorno e notte. Alcuni affetti sinceri e decine di falsi amici, e la mia vita tutto sommato è una gran bella vita.
La perfezione.
A Cuba la perfezione non ti viene di cercarla, perché non c’è. Nulla è perfetto, ma tutto lo è. E ti si aprono gli occhi nel guardare tutta questa bellezza devastata, e capisci che la perfezione che cerchi tu è una cazzata. La perfezione sta altrove, non nelle cose belle e nuove, non nei soldi da spendacciare nei centri commerciali. La bellezza di un sorriso sdentato e di un volto che ne ha viste tante. La meraviglia di una bimbetta di quattro anni che balla la salsa come non potevi nemmeno immaginare si potesse ballare. Quella sensazione strana, inusuale che provi quando incroci uno sguardo e quello sguardo ti sorride, così, gratuitamente.
La perfezione.
uno
due
tre
buona visione.

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Sabato riposo, si era detto. L’intera giornata passata serenamente sul divano a guardare la tv e sonnecchiare, tra le fusa del figlio peloso e le coccole der marito premuroso. Ci si alza per preparare un frugalissimo risottino ai porcini, tanto per gradire. E proprio lì, intenta a mantecare la meraviglia profumosa, che ricomincio a non vederci di nuovo. Ieri era una fascia grigia, oggi sono palline. Ma è la stessa merdosa sensazione.
La macchinetta della pressione si gonfia tre volte prima di dirmi quanto ho. E vedere scritto centosettanta centodieci non è bello.
E quindi? Quindi il risotto va a finire nel frigorifero e si torna all’ospedale. Appena mi vedono mi rimettono sulla barella e il medico che mi visita mi dice che non mi lascerà tornare a casa. Crisi ipertensiva, la diagnosi. Non mi tolgono nemmeno il sangue, mi trasferiscono immediatamente al scondo piano, cardiologia. E io che oltre allo spavento non ho nessuna voglia di restare sola in un letto di ospedale, senza la mia famiglia, di sabato sera. Ci mettono un po’ a convincermi.
Voglio andare a casa. Non so quante volte l’ho detto, in questi giorni.

Sono le undici di sera, non ho sonno, non ho nemmeno il pigiama e le pantofole. Un nuovo rubinetto pruriginoso nella vena.
L’infermiere mi dà delle gocce per dormire, mi bruciano gli occhi. Sono sola. E sto bene.

Bel weekend, decisamente.

[continua]

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Succede che a un certo punto, mentre disegni una fantastica piazza su diversi livelli, con le rampe per gli handicappati, e le scalinate, e le fontanelle e il verde e le panchine, a un certo punto la sezione A-A’ del tuo progetto si vede solo per metà. E checcavolo, va bene che il computer fa schifo e il programma altrettanto, ma insomma. Alzi la testa e ti accorgi che il computer che fa schifo non c’entra proprio un bel niente. Sei tu che non ci vedi. Non ci vedi per metà. Come quando guardi una luce troppo forte e ti rimane l’impronta sulla retina, così. E allora aspetti un attimino che l’immagine si schiarisca.
Aspetti.
Aspetti.
Niente, Non ci vedi, cazzo.
E intanto forse per lo spavento, ma anche no, ti formicolano le dita delle mani, e le labbra. Insomma, ti senti male. Telefono, marito: vieni a prendermi.
Al volo a casa a togliere le lenti a contatto e poi di corsa al pronto soccorso, mentre ricominci a vederci, mentre il formicolio maledetto ti prende tutto il braccio e la lingua. Al pronto soccorso codice giallo e barella, bruttissima impressione. Ti visitano subito, ti misurano la pressione. Hai 160/110, è alta. Ti visita il neurologo, ma i tuoi riflessi sono a posto. Ti visita l’oculista, ma ci vedi e stai bene. Ti fanno una tac al cervello, mentre sei sotto quell’anello rumoroso di radiazioni fai di quei pensieri che una ragazza non dovrebbe mai fare. Paura. Autentica paura. Che quel corpo che è sempre stato un po’ catorcio ti abbia abbandonato del tutto. Che non uscirai più di lì. Che non vuoi sapere niente, e scappare, e vaffanculo. Il cardiologo dice che la pressione è troppo alta, bisogna fare delle analisi. Appuntamento a lunedì mattina. Nel frattempo ci vedi di nuovo, il formicolio è passato, hai un rubinetto del cazzo infilato in un braccio che ti ha rotto la vena e ti ha fatto uscire un livido grosso così. Passano cinque ore, arrivano i risultati delle analisi. Stai bene, tutto a parte la pressione. Anche il tuo cervello è tutto intero, anche se scopri di avere una sinusite della madonna. Insomma, nel giro di pochi minuti ti dimettono. Lunedì chiamerai per fissare tutte le analisi da fare.
Sono le dieci di sera, sei stanca, preoccupata. Domani riposo assoluto, e meno male che è sabato.

[continua]

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che fine ho fatto?

è una storia lunga che vorrei raccontare meglio

sono stata in ospedale
una settimana intera
poi è venuta mia mamma a vedere come stavo

ora sono di nuovo qui

poi vi racconto.

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