voglia di fare come da bambina
aprire la bocca bere la pioggia correre e correre
ché dopo un minuto sei di nuovo asciutta.
voglia di fare come da bambina
aprire la bocca bere la pioggia correre e correre
ché dopo un minuto sei di nuovo asciutta.
l’ufficio senza aria condizionata
le scottature a macchia di leopardo da doccia solare
il giorno di riposo del tuo compagno che non coincide mai con il tuo
essere giudicati da chi non sa un cazzo di te
andare al lavoro il lunedì mattina dopo 5 ore di sonno tormentato
una montagna di panni da stirare
svegliarsi di pessimo umore e sapere già che tutta la giornata sarà così
un post senza commenti.
un giorno e mezzo di chiusura
il server completamente andato
per fortuna rieccoci qui
c’è da dire che tophost costa dieci euro all’anno
quindi niente lamentele.
è terribile arrivare a casa e scoprire che il tuo blog non c’è più. non lo auguro a nessuno. mi sa che sono legata a questo posto molto più di quanto non pensassi.
e ora, COMMENTATE.
Rhum alla mattina che si mette a pancia in su sul divano e mi fa le fusa
L’odore delle bigbabol
Togliersi le scarpe da ginnastica e infilare i piedi nell’acqua ghiacciata
L’incenso al patchouli
Trovare tante email di amici e pochissime di spam
Ricevere una lettera ben scritta
Guardare un film che fa ridere con qualcuno che ride delle stesse cose di cui ridi tu
Pensare al passato con un sorriso
Imparare a non dimenticare il volto di chi non c’è più
Passare due ore a fare foto ad Attila che dorme
Il succo santàl pesca limone e ginseng
L’armadio finalmente in ordine
Andare a dormire stanca, stanchissima, e serena.
manca poco all’esame di stato, e faccio finta di studiare.
manca poco anche alle vacanze, e io non sono assolutamente pronta alla prova costume. per fortuna vado in tunisia, dove potrò comodamente indossare un simpatico burka e celare così a chiunque il fatto che questo inverno ho particolarmente amato il fritto e le salsicce. d’altronde si sa, il maschio islamico ama la donna prosperosa. il marito confida in una buona offerta in cammelli e oro per liberarsi alfine di me. e invece tornerà con la moglie, duecento abitini nascondirotoli, diversi chili di vasellame, un narghilè. almeno così dice la nota della spesa che sto ultimando.
e insomma, l’esame di stato si avvicina e io non ho tempo di scrivere su questo povero blog semiabbandonato. figuriamoci se ho tempo di andare a commentare in giro. nel remoto caso in cui qualcuno mi leggesse ancora, scusate. vi leggo via feed, ma i commenti non faccio proprio in tempo a farli. li penso, però.
stasera però una cosetta al volo l’ho fatta: ho messo su flickr alcune nuove foto dei figli pelosi.
niente, ci si vede alla prossima. si sa mai che nel weekend riesco a ritagliare un po’ di tempo per scrivere un post un po’ più decente.
“Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.”
Henry David Thoreau
Scommetto che questa frase suona familiare a molti di voi. Eppure questo signore non è che sia particolarmente noto, almeno non a chi ha una cultura di base “normale”. Insomma, a me il nome di questo tizio non diceva proprio niente.
Questa frase, invece, è stata resa piuttosto famosa grazie a un film. Non un film qualunque, intendiamoci. Un film che è stato eretto ad icona emozionale di un’intera generazione, la mia. Tutti, chi prima o chi dopo, alla richiesta di nominare il proprio film preferito hanno detto almeno una volta “l’attimo fuggente”.
Ora che sono passati molti anni, che la vita in qualche modo ci ha saziati di quella fame che avevamo quando, poco più che adolescenti, non aspettavamo altro che crescere in fretta e vivere la vita, proprio ora mi è tornata in mente questa frase e voglio cercare di capire meglio il suo significato. Perché per me sono davvero state parole che hanno dettato tutto lo svolgersi della mia vita. Parole che hanno indirizzato le mie scelte, condotto i miei obiettivi, accompagnato ogni mio pensiero. I boschi, ovviamente, non c’entrano nulla. Quello che ha sempre rimbalzato nella mia testa è quella paura di “scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”. Ciò che mi rende diversa da allora è semplicemente che il punto di morte è più reale, sembra che si sia avvicinato, e a volte, nonostante tutti gli sforzi fatti per seguire questo obiettivo e superare questa paura, mi sembra irrimediabilmente troppo tardi.
Per il resto sono ancora io, quell’adolescente inquieta che cerca continuamente di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Forse dovrei tornare a pensare che non sia poi così tardi.
Mi piacerebbe saper fotografare. Imprimere in un’istantanea un’immagine significativa per avere l’occasione di non dimenticarla mai.
Mi piacerebbe, sì. Avere sempre con me uno strumento per non dimenticare le impressioni e le sensazioni che la mia retina troppo presto deforma e dimentica.
Conservare per sempre con me una manciata di pixel che sappiano ricordarmi limpidamente i miei gatti la prima volta che li ho visti, l’ultimo sguardo dedicato a me della mia zia morta anni fa, l’emozione di vedere e sentire Cuba appena scesa dall’aereo, i suoi occhi innamorati, quando l’amore era la cosa più importante del mondo.
Mi piacerebbe anche che qualcuno a me vicino sapesse farlo. Per poter capire meglio come mi vede. Per potermi guardare con i suoi occhi. Per superare una volta per tutte l’imbarazzo di stare davanti all’obiettivo, invece che dietro.
Ma soprattutto mi piacerebbe saper fotografare. E regalare a chi amo i loro ritratti, fatti dai miei occhi.
Dottore! Ridammi euforia - Se nuoto nel fango è solo colpa mia
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